Treviso, maxi show contro le discriminazioni

Repubblica — 02 luglio 2008   pagina 10   sezione: CRONACA

VILLORBA (TREVISO) - Sul filo della memoria, della storia dimenticata, di quando gli zingari «eravamo noi italiani», con 27 milioni di emigranti 4 dei quali clandestini.

Per arrivare a dire che «di razze ce n' è una sola, quella umana», che prendere le impronte ai bimbi rom «è umiliante», e impedire a qualcuno di pregare «non è una conquista civile».

A metà tra il racconto e lo spettacolo, tra il comizio e l' orazione civile, la serata intitolata semplicemente "Razze", si snoda per quattro ore nel palasport di un paese pochi chilometri fuori Treviso. Sono in quattromila nell' impianto che Luciano Benetton ha messo gratuitamente a disposizione delle associazioni culturali locali.

Sul palco si alternano le voci di Marco Paolini, Moni Ovadia, Antonio Albanese, Bebo Storti, Renato Sarti, Natalino Balasso, le canzoni gitane degli Alexian Romanì, quelle tradizionali della Compagnia delle Acque di Gualtiero Bertelli, e le storie del giornalista e scrittore Gian Antonio Stella, che ha ideato l' iniziativa. Partono dal concetto, quello che l' idea di «combattere il diverso» e «trattarlo come una bestia selvaggia» è antichissima, e discende dalla pretesa di ogni popolo di essere «al centro del mondo».

È da qui che deriva, racconta Paolini, la «concezione claustrofobica» di centri come Treviso, dove il ceto che governa ha trasformato una città gentile in un' ostrica «chiusa e rancorosa», mettendo nel mirino i rom e gli sbandati, i partigiani e gli omosessuali, ma anche i cani, gli alberi e le panchine. Paolini fa salire sul palco il suo amico marocchino Abdullah, l' operatore culturale che canta una canzone, "Il grido", dove si domanda chi è che vuole le impronte di suo figlio.

Lo stesso tema delle impronte torna anche nelle parole di Santino Spinelli, rom, fisarmonicista e cantante, professore dell' università di Trieste: «Perché non è vero che tutti i rom sono ladri, è solo che noi non ce ne accorgiamo». Bebo Storti scimmiotta Maroni, Castelli, Borghezio e Calderoli, e porta «i saluti del governo padano» a questa «banda di fighetti, drogati». Moni Ovadia è più politico quando se la prende con quei leader che andando ad Auschwitz fanno il «maquillage dell' abiura». Antonio Albanese, in collegamento video, è più perfido nella parte del «ministro della paura», specializzato nel diffondere il terrore: «Perché senza paura non si vive. Una società senza paura è come una casa senza fondamenta». (r. b.)