IL NUOVO CANZONIERE VENETO

Lo scontro politico e la rottura

Tra la  fine del 1969 e i primi giorni del 1970 ho registrato il mio primo LP, "I giorni della lotta". Il titolo stesso denuncia il clima e i contenuti propri di questo lavoro. Nasce nel vivo degli scontri studenteschi e operai del '68/'69 e di questi scontri vuole essere documento. Il montaggio è particolare, le canzoni si susseguono senza soluzione di continuità, collegate da voci, suoni, rumori della città e dello scontro politico.

La prima parte è tutta "veneziana" con "L'aqua che calarà", dedicata ai problemi dei lavoratori stagionali, "Aqua alta", l'insoluto problema della città lagunare, una canzone d'amore "Maridite mia bela" e infine due canzoni legate alla scuola "L'altra mattina in classe" e "Studenti e operai". La seconda parte è tutta dedicata ai problemi della lotta operaia con "Suona la sirena", "Alla Lebole", una lunga ballata tratta da documenti relativi alla condizione di lavoro in quell'azienda, e infine due brani strettamente legati ai "giorni della lotta", vale a dire "1° d'agosto Mestre '68", cronaca dell'occupazione della stazione ferroviaria da parte di 5.000 operai della Montedison, e "Da quest'autunno giorno per giorno" che parte da un incidente sul lavoro per condannare il cottimo e la contrazione dei tempi di produzione in fabbrica. Dunque un disco bifronte, che contiene in sé quella che diverrà sempre più la specificità del mio repertorio degli anni '70: da una parte la mia città con i suoi problemi, la sua lingua, il suo particolare modo di sentire e di vivere, dall'altra lo scontro di classe, fatto di lotte specifiche, di momenti precisi e definiti, ma talvolta anche di innodie barricadiere.

Nel frattempo era entrato a far parte del Canzoniere Popolare Veneto Renzo Bonometto, mentre se ne era provvisoriamente staccato Alberto D'Amico. [Foto 1]

Nel 1970 si ricompose l’ultima formazione del CPV prima della rottura e al gruppo storico si aggiunse la voce femminile di Linda Caorlin

In quello stesso periodo è nato, all'interno del PCI, il gruppo del Manifesto, al quale ho aderito sin dall'inizio.

Negli anni immediatamente successivi lo scontro dentro al partito si fa più forte finché, nel 1971, si giunge all'espulsione del gruppo dei fondatori a Roma ed a catena in ogni città d'Italia. Io mi dimisi dal partito, mentre continuarono ad aderirvi Alberto e Luisa, che nel frattempo aveva rivisto la sua fede anarchica.

La diversificazione politico-ideologica rese presto difficile la convivenza nello stesso gruppo, anche perché era sempre più difficile concordare sui programmi da presentare alle varie feste dell'Unità.

Alla fine del '71 la rottura fu sanzionata e nacquero così due gruppi: il Canzoniere Popolare Veneto, con Luisa, Alberto ed Emanuela Magro che incominciava allora a cantare, e il Nuovo Canzoniere Veneto, di cui facevano parte, oltre a me, anche mio fratello, per un breve periodo di tempo, Renzo Bonometto, Linda Caorlin, Maria Boccanegra, Benno Simma e due ricercatori Mina Mulatero e Alberto Prandi. Entrambi i canzonieri erano collegati con il NCI. [Foto 2]

Il nuovo gruppo si rivolse subito alla ricerca e agli spettacoli "militanti".

Nella primavera del '72 fu condotta una campagna di ricerca ad Anguillara Veneta, un paese alle foci dell'Adige, in provincia di Rovigo. La ragione di questa scelta era dettata dal fatto che le attività principali degli abitanti di questo paese erano di tipo bracciantile, fino a poco tempo prima molto legate alla monda del riso e inoltre si incontravano ambulanti, cantastorie, venditori di angurie ed ogni altra sorta di attività precaria per sopravvivere. In 21 nastri sono stati raccolti documenti molto interessanti che, per le difficoltà che incontravano sul mercato i dischi di ricerca , sono ancor oggi inediti.

Il primo spettacolo che realizzammo fu dedicato alla storia di Portomarghera dalle sue origini, 1917, al '68, utilizzando sia materiale di ricerca che nuove canzoni. Questo lavoro mi dette l'opportunità di ripercorrere alcuni momenti della mia esperienza di vita alla Giudecca, giungendo alla composizione di canzoni come "La Breda", "Stucky" o "Mi voria saver" che ricostruiscono pezzi della storia operaia di Venezia.

Contemporaneamente mi avvicinò il Gruppo 5, un gruppo di attori/burattinai in rotta con Nuova Scena, nel frattempo resasi autonoma da Dario Fo, e mi chiese di scrivere le musiche di scena di "Tanto va il cavallo all'erba...che lui campa e quella cresce", un'opera di teatro di figura per adulti a sfondo politico. Composi dieci canzoni e il gran finale era costituito da "Avanti popolo", un inno che deve parte del suo testo all'anarchica "Amore ribelle" e parte alla classica "Bandiera rossa".

Nel mese di ottobre di 1972 incidemmo il disco con le canzoni dello spettacolo, e quest'ultimo partì per una lunga "tournée", in particolare al sud. Qualche anno dopo Franco Coggiola, durante una campagna di ricerca in Calabria, raccoglierà la mia "Avanti popolo" da un gruppo di militanti locali che la presenteranno come la "vera bandiera rossa, quella da cui il PCI aveva copiato".

Con il "Gruppo 5" collaborai per altri due anni, producendo le musiche per gli spettacoli "Libertà è una mela in carta colorata" e "Caleidoscoppio" dedicato alla tragedia cilena. In entrambi i casi il Nuovo Canzoniere Veneto incise i dischi, che, dotati di austere copertine bianche, venivano venduti agli spettacoli a prezzi molto contenuti, come a quel tempo si usava.

Il secondo spettacolo del nostro gruppo fu "Nostro signore il capitale", un programma di canzoni internazionali contro l'imperialismo. Dopo questa esperienza, verso la fine del '74, il gruppo si sciolse: alcuni si occuparono di altro, Linda Caorlin si dedicò alla canzone femminista, io a spettacoli da solo che mi venivano richiesti soprattutto dalla "sinistra extraparlamentare" e che mi portarono in tutta Italia in occasione della campagna per il divorzio e successivamente per la tornata delle elezioni amministrative del 1975. Nel frattempo avevo inciso il mio secondo LP "Mi voria saver", totalmente dedicato a Venezia, alla sua storia, alle sue lotte, alla sua cultura sempre in bilico tra la tonaca e la bandiera rossa.

Il Canzoniere Popolare Veneto, dal canto suo, aveva prodotto uno spettacolo sulla storia della peste a Venezia dal titolo "El miracolo roverso" e si era progressivamente allontanato dal NCI, criticando la gestione "centralistica" del gruppo di Milano.

Nel documento preparatorio di una delle rare riunioni plenarie che si svolsero negli anni '70 tra gli aderenti al NCI si possono leggere le seguenti osservazioni firmate da Alberto D'Amico a nome del CPV:"...ci sentiamo di dire prima di tutto che manca chiarezza sulla impostazione organizzativa del NCI, ossia non emerge una scelta precisa di intervento operativo, di sbocco concreto nel tessuto sociale. (...) Questo ha permesso uno scarsissimo confronto di idee, ha impedito l'affermarsi di una linea culturale politica elaborata e gestita non tanto e solamente a Milano, ma da tutti i componenti il NCI". Questa fu forse l'ultima riunione a cui partecipò il CPV. Qualche mese dopo incisero "El miracolo roverso" per la collana folk della Fonit Cetra e in questa stessa collana registrarono un altro disco del gruppo e due singoli di Luisa Ronchini. Alberto D'Amico però incise ancora con i Dischi del Sole "Ariva i barbari", nel 1975 e "So nato scorpion" nel 1979.

La seconda formazione del Nuovo Canzoniere Veneto

 

Nella seconda metà degli anni '70 si ebbe certamente il momento di maggior popolarità della canzone politica e, come abbiamo già visto, anche il momento di maggior scivolamento della parabola discendente.

Gli anni '75 e '76 sono stati quelli in cui si è avuta un'accelerazione di popolarità per tutti noi, ambiguamente collocati nella categoria "cantautori", seppure "politici". Io presentavo da solo il concerto "Mi voria saver. Una città, una storia" e le richieste erano molte da tutta Italia, sia da parte del "movimento", intendendo con questo termine tutta la galassia dei gruppi extra-parlamentari, che da parte del PCI, col quale nel frattempo avevo ripreso i rapporti dopo il periodo di reciproca esclusione che va dal 1972 al '74.

Nell'autunno del '75 , per conto della Biennale teatro, partecipai all'esperienza del "Teatro vagante" con Giuliano Scabia, già docente di drammaturgia a Bologna ed egli stesso drammaturgo quotato, e il grafico Diego Birelli. Si trattava di una ricerca-azione teatrale che si svolse per circa un mese su tutto il territorio di Mira, provincia di Venezia, dove abitavo dal 1974, coinvolgendo risorse locali, come la biblioteca, gruppi di insegnanti, gruppi giovanili e di quartiere, nel reperimento di memorie orali immediatamente trasformate in azione drammaturgica su un carretto/teatrino che ogni sera cambiava luogo. I racconti del teatrino,che venivano ogni sera integrati con altri, erano costituiti dalle testimonianze della gente trasformati in canzoni, manifesti o scene teatrali. [Foto 3]

Una sera ci venne a trovare Ferruccio Brugnaro, un operaio della Montefibre che conoscevo fin dagli anni dei grandi scioperi di Portomarghera, che scriveva delle poesie sulla condizione di vita in fabbrica, le ciclostilava e le distribuiva ai colleghi come veri e propri volantini. Ci portò una poesia appena scritta, "Vogliono cacciarci sotto", che io musicai e divenne un pezzo immancabile del nostro programma.

Così si aprì un rapporto con Brugnaro che mi portò altre sue poesie precedenti e continuò a portarmene per tutto il '76.

Ne scelsi alcune e le musicai con l'intenzione di usarle come testimonianza durante i miei concerti. Ma ne uscì un materiale molto particolare che aveva bisogno di una presenza sonora superiore alla sola chitarra o fisarmonica. Cominciai a sentire la necessità di inserire delle strumentazioni nelle mie canzoni, in particolare su queste nuove.

Fu così che verso la fine del '76 iniziai un rapporto con due musicisti, Dante Borsetto, fisarmonicista e flautista, e Igor Korman, chitarrista, ai quali in un primo momento si aggiunse un giovanissimo Andrea Liberovici che poco dopo fu sostituito da uno studente di medicina poco convinto dei suoi studi e molto più appassionato di musica, Stefano Maria Ricatti di Piovene Rocchette, provincia di Vicenza. Mi aveva seguito in alcuni concerti e un giorno mi chiese di ascoltare alcune sue canzoni; erano abbastanza interessanti, anche se non troppo originali, e lui cantava bene, per cui gli proposi di aggregarsi al gruppo che si chiamò ancora Nuovo Canzoniere Veneto.

Era un gruppo di buoni musicisti dotati di notevole versatilità. In particolare Dante passò senza difficoltà ad ogni tipo di tastiera e al saxofono, mentre Stefano, ottimo chitarrista e discreto flautista, apprese rapidamente a suonare gli strumenti a plettro ( mandolino, mandola e mandoloncello) e, dopo un anno di studio, incominciò ad utilizzare, in modo sempre più efficace, il violino; Igor, a sua volta, passò dalla chitarra al basso elettrico.

Pertanto questa nuova formazione, che aveva due voci soliste, la mia e quella di Stefano, e la capacità di produrre cori a quattro voci, si distinse per la sua componente musicale molto varia ed "aggressiva", un'assoluta novità per la mia esperienza.

Il primo spettacolo che abbiamo realizzato titolava "Dentro la fabbrica e fuori" ed era costituito interamente da testi di Brugnaro musicati da me, con lunghi interventi musicali. Fu un'esperienza nuova e particolare sia perché avevo lavorato su testi di un altro, strutturalmente molto diversi dai miei e che quindi mi avevano portato a soluzioni musicali nuove, sia perché mi trovavo a" muovere dei suoni" oltre che ad accompagnare delle parole con una musica, spesso secondaria rispetto al testo.

L'esperienza ci convinse e ci portò alla formazione stabile del gruppo sotto forma di cooperativa. Prendemmo in affitto una vecchia casa colonica in una frazione di Mira, Borbiago, attrezzammo una grande sala musica con tutti gli strumenti a disposizione, e per quattro anni convivemmo, poiché al piano superiore c'erano le nostre camere. Acquistammo anche un pulmino e impianti di amplificazione e vivemmo un periodo di immersione totale in questa avventura musicale, paradossalmente proprio nel momento in cui la domanda di spettacoli andava diminuendo e la crisi, già in atto dal 1977, si fece esplicita negli anni successivi.

E' stato un periodo per me molto importante poiché mi ha permesso di crescere sul piano in cui ero più debole, quello musicale, e di potermi dedicare intensamente specialmente a quello. Io continuavo nel frattempo ad insegnare alla scuola elementare di Mira ed a condurre anche delle interessanti esperienze di didattica musicale; i miei compagni si dedicarono interamente allo studio della musica, in particolare Stefano e Dante.

In quel periodo realizzammo due dischi: uno mio, "Nina", nel 1977, e uno di Stefano, "La corriera", nel 1978. [Foto 4]

La crisi del mercato dei concerti e interessi diversi ci portarono a concludere l'esperienza a metà del 1980 quando io accettai di candidarmi come indipendente per le elezioni amministrative nelle liste del PCI a Mira e, una volta eletto, a condurre l'esperienza di assessore alla pubblica istruzione ed alla cultura, e gli altri presero strade diverse: Stefano M. Ricatti l'insegnamento nella scuola media e contemporaneamente studi di composizione musicale, Dante Borsetto la strada del compositore di musiche per teatro, lavorando a lungo con il teatro stabile di Bolzano, Igor Korman un'attività professionale nell'ambito del turismo.

In tutto questo periodo di tempo i rapporti con il NCI furono del tutto nominali: ci si trovava ogni tanto in qualche grosso festival dell'Unità a cantare insieme e ognuno presentava il suo repertorio, fatte salve alcune canzoni tradizionali che eseguivamo insieme, ma il nome comune sotto il quale ci presentavamo era null'altro che un richiamo ad una vicenda passata, una specie di referenza per altro utile sul mercato, visto che in quel periodo di canzonieri ce n'erano un'infinità.

Il una lettera al NCI inviata il 30 gennaio 1977 e rimasta senza risposta scrivevo:

“NCI spettacoli: davvero non capisco che cosa sia, al di là di una enunciazione di principio ed una specie di...caro estinto che ogni tanto tiriamo fuori.

Non è un centro di distribuzione degli spettacoli, non è un'agenzia, né una segreteria per noi, parlo, è chiaro, di quello che succede a me, poiché credo che per i compagni che stanno a Milano la situazione sia diversa, non è un centro promozionale e di propaganda del nostro lavoro, non è un momento di scambio tra operatori che si trovano d'accordo nel portare avanti un certo progetto, poiché questo presupporrebbe uno scambio che nei fatti da tempo non esiste.(...) Non sono recriminazioni personali, credetemi, ma osservazioni che coinvolgono una stile di lavoro che non tiene, da parte di tutti, in alcun conto i rapporti di gruppo e tra gruppi. (...) Non si chiede a un compagno un confronto sulle cose che sta facendo, ma si approva o, sottovoce, si disapprova quello che ha già fatto, confondendo questo rapporto con l'autonomia Davvero, compagni, su questo punto c'è tutto da inventare, altrimenti resteremo i magnifici cinque, o sei, o sette riuniti in un consorzio per la storia, o, peggio, in una specie di ente morale, poiché la nostra elaborazione di gruppo, la nostra capacità complessiva d'intervento non esiste".

Eravamo ancora in un periodo in cui la domanda del mercato era consistente e questo forse mascherò la crisi, ma io e tutti gli altri componenti del NCI ne eravamo sempre più coscienti, presi com'eravamo a fronteggiare una domanda così grande e così "diversa" da noi.

 

Crisi e ripresa dell'attività musicale

 

La fine dei concerti e del grande pubblico fu repentina; crisi politica, siamo negli anni di piombo, e crisi economica, sono anni di grandi ristrutturazioni e di lotte difensive della classe operaia, dopo i contratti vittoriosi dei primi anni settanta, portarono ad un totale "rinchiudersi nel privato" dei vecchi militanti e scoprimmo che alle spalle di quelle migliaia di fedelissimi viveva un popolo delle discoteche, del disimpegno, del "riflusso" che non aveva alcun contatto con la nostra realtà, anzi ci ignorava del tutto, ed era largamente la maggioranza del mondo reale.

Dedicai i miei anni ottanta all'attività amministrativa, infatti fui eletto consigliere comunale di Mira come indipendente nelle liste del PCI nel 1980 e successivamente assessore alla cultura e alla pubblica istruzione. Fu un utile ritorno alla “realtà vera”, di tutti i giorni, fatta di poca ideologia e di problemi concreti da risolvere. Per me un bagno salutare che per sei anni mi tenne lontano dagli spettacoli e dalle canzoni. Nell'81 composi "Se buta ciaro" una metafora sul mio stato di confusione di fronte al cambiamento che preannuncia un modo nuovo di raccontare che si consoliderà nei miei testi: non più storie, ma sensazioni, allusioni, riflessioni, il tutto con un linguaggio che lascia spazio alla mia immaginazione, ma scientemente anche a quella dell'ascoltatore che non viene così indottrinato, ma stimolato ad una propria personale interpretazione di emozioni ed eventi.

Composi nell'83 un'altra canzone, di fronte alla morte per cancro di un ragazzo di trent'anni: un incontro con il buio, dopo l'attesa del sole dell'avvenire. Poi nient'altro fino al 1986 quando la canzone "Barche de carta", una metafora della riconquista della creatività, mi ha riportato la voglia e la motivazione a scrivere: raccontare ancora, ma non più verità, bensì sommesse riflessioni sulla vita che stiamo vivendo, senza rinnegare, ma anche senza nostalgia.

Gualtiero Bertelli

giugno 1965